venerdì 11 giugno 2010

4 - La signora scostumata

Vita Sackville West scrittrice inglese snob ed eccentrica, discendente dell'amore scandaloso tra suo nonno Lord Sackville e sua nonna Pepita, danzatrice spagnola, ebbe un animo duplice, impetuoso e flemmatico, frutto di quello strano connubio tra sangue aristocratico e sangue gitano.
Era eccessiva, vestiva da uomo e coltivava giardini sublimi, tanto che i suoi libri di giardinaggio restano ad oggi una Bibbia per gli amanti del verde.
Si sposò giovanissima col diplomatico Harold Nicholson e gli diede due figli. Il loro matrimonio fu saldissimo nonostante Harold fosse gay.
Non importava, lei amava le donne.
Fece perdere la testa a Violet Trefusis e a Virginia Woolf.
Lasciò Violet in modo lucido e affettuoso e lei l'accusò "sei crudele Vita, sei come un uomo". Vita non si illudeva, sapeva che gli amori finiscono. Con Violet fu gioco, rischio, attrazione, sesso, follia. Scapparono in Europa, inseguite dai loro rispettivi mariti.

Ai balli all'Albert Hall Vita si presentava in pantaloni di velluto, stivali alti e corpetto, diceva di vigilare sulla sua libertà. E' per questo che sapeva consumarsi nell'amore, ma evitava di estinguersi. Quando conobbe Virginia era già famosa, aveva pubblicato dei libri ed era un'icona dell'upper class londinese, ma la Woolf era una grande scrittrice, ammirata da tutti. Virginia fu arrogante e sfrontata con lei, nel circolo in cui si incontrarono, ma poi si lasciò sedurre da Vita e le dedicò addirittura un romanzo, l'Orlando. Vita rifuggeva il troppo amore, le faceva paura, si sentiva soffocare e allora scappò fino in Persia, perchè "viaggiare è il più sublime dei piaceri, se lo sai fare".

Harold fu l'unico vero impossibile amore della sua vita, unione pazza e imperfetta, amore fraterno incontaminato dal desiderio del sesso..."amore fedele di due incorreggibili traditori". E questo amore continuò a fiorire ogni volta, come la terra e i fiori dei magnifici giardini di Vita.

venerdì 4 giugno 2010

3 - Lira Divina Parlami

Lesbo le dette i natali....la Sicilia un marito e una figlia...e poi di nuovo Lesbo fu la casa della sua arte e della sua passione. Nella sua patria fondò il "tiaso", un cenacolo consacrato alla dea dell'Amore Afrodite, dove nobili e delicate fanciulle coltivavano l'arte della poesia, della musica e della danza, per poi salpare con i loro futuri mariti verso altri lidi e altre vite pensate per loro.
Gongile, Dice, Girinna, Anattoria, Agallide e le altre, si fermavano a lungo alla corte della poetessa dal soave sorriso e dal crine viola, allietavano le sue giornate...profumavano l'aria...danzavano nelle loro tuniche bianchissime...e si cingevano per lei di corone di viole profumate. Insieme, ridevano e imparavano la poesia, arte sublime, specchio terrestre degli dei...bruciavano incensi per Afrodite e correvano a perdifiato sulla spiaggia verso quella laguna in cui il cielo si riversa nel mare. Imparavano anche l'amore, s'intrecciavano in dolcissimi baci che davano refrigerio al cuore rovente incendiato da Eros.
Tutto poi, però, si risolveva in una successione costante di addii, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione. Tutte andarono via. Non era il Fato, ma una cerrtezza, una convenzione, sia lei che loro lo sapevano.

Lei aveva una profonda percezione dell'addio: "è un addio il venire al mondo, abbandonando il calore del ventre materno, è un addio abbandonare la casa del padre per quella del caro marito, finchè non resta davanti solo la vecchiaia e la morte". E che nostalgia e disperazione nel suo cuore quando la sofferenza sui loro volti e lo smarrimento per un distacco che non avrebbero mai voluto, si trasformava lentamente in un sorriso e in una felicità inaspettata, che non la comprendeva più, perchè era rivolta a quegli uomoni superbi e nobili, belli come dei, che giungevano dal mare sulla vela bianca, gonfia di vento. In un attimo, quelle fanciulle erano già distanti, e l'ultimo sguardo che lei rivolgeva loro, aveva il sapore doloroso dell'illusione spezzata, quella dell'ingenuità di essersi preparata a dovere e infine abituata all'abbandono.
Non siamo mai pronti per un abbandono.

La leggenda narra che Saffo si suicidò buttandosi da una rupe.

domenica 23 maggio 2010

Avvicinatevi e ascoltate

Giovanni Allevi trascina il pubblico. Le sue esecuzioni musicali catalizzano l'attenzione e l'ammirazione delle persone intervenute all'esibizione, senza bisogno di orpelli scenici ed effetti speciali. E' lui, insieme al pianoforte, quattro faretti e tutti i suoi capelli, ad avvolgere il palcoscenico...un palcoscenico con cui gli spettatori vorrebbero fondersi, solo per poter "toccare" la sua musica. E ci provano, idealmente, quando lo appaludono con fragore e passione, quando urlano il suo nome e lo osannano come unico nel suo genere, quando gli consegnano spontaneamente un mazzo di fiori, come si fa con i grandi esecutori, quando inneggiano al bis già dal suo primo pezzo originale, o quando, chiedendo a gran voce uno dei suoi brani dell'album Evolution, sembrano esprimere l'esortazione ad essere trascinati vicini a lui. Non annoia mai, anche quando inizia il concerto con tre pezzi classici (Bach, Wagner, Chopin). Chiede addirittura perdono quando si permette di partecipare la platea dei primordiali tempi in cui le sue dita iniziavano a librarsi sulla tastiera zebrata. Ed è proprio lo scivolare delle sue lunghe falangi sui tasti, che rapisce ad ogni interpretazione, trasportando l'ascoltatore verso il nirvana. Conclude ogni brano con un'evoluzione delle braccia che termina sul petto, forse a raccogliere l'affetto del suo pubblico, che poi lascia vagare con un gesto soave delle mani, per correre ad abbracciare noi che lo ascoltiamo. Il suo merito è di essere "one man show", anche quando non suona. Nonostante i 41 anni e la fama mondiale, l'ingresso in scena è quasi comico: come fosse un uccello che non riesce a prendere il volo o un inetto che inciampa inavvertitamente o, meglio ancora, un bambino che entra in un luogo che lo diverte. Siamo sicuri che si diverte, perchè quando racconta la breve storia di ogni brano, gli spunti che lo hanno ispirato, lo condisce con ironia, quasi per smitizzare la venerazione dei suoi fan. Tutti, proprio tutti, vorrebbero che non andasse più via.
E lui pare ascoltarli.
Che venga richiesto o meno, torna in scena per ben tre volte. L'ultima prende alla sprovvista il Teatro stesso. Dopo due bis e una standing ovation, il pubblico inizia a defluire e le luci ad accendersi...e lui, incurante dei clichè, decide di planare di nuovo sul palco per regalare ad ognuno un accompagnamento di serenità.

Si erge l'ultima volta in volo e sparisce infine con l'eterea leggerezza delle note racchiuse nel suo genio.